Moderni emigranti visti da un’emigrata

di Marta Pilosio

Vivo ad Edimburgo da un anno e mezzo e ricordo perfettamente le difficoltà incontrate subito prima di partire e appena arrivata.

Non sai bene a cosa andrai incontro, a come te la caverai col lavoro, a come sarà la tua nuova casa, i coinquilini, a come ti abituerai al clima e al cibo, a come riuscirai a capire la burocrazia di un altro Paese. Legherai con la gente del posto? Farai nuove amicizie? Tutto è avvolto nella nebbia, non lo saprai finché non sarai lì.

Io, rispetto ad altri, sono stata fortunata: ho trovato il lavoro e la casa dall’Italia, parlavo già bene l’inglese, conoscevo già qualcuno in città. A pensarci bene, però, “fortuna” non è la parola esatta, non nel senso arcaico del termine perlomeno. Si tratta di una fortuna che mi sono costruita.

Il lavoro? Ho mandato curricula ovunque e quando mi hanno risposto mi sono offerta di andare a mie spese ad effettuare il colloquio.
Il mio inglese era buono e avevo già amici qui? Ho studiato a scuola e pure a casa, non mi sono limitata ai quattro esercizi che ci davano come compiti, ho tradotto le canzoni che mi piacevano spinta dalla curiosità, ho comunicato con gli stranieri per far pratica, sono partita (con tanto di laurea) a fare la ragazza alla pari prima in Irlanda e poi in Scozia. Perché tutto si può dire di me, tranne che manchi di umiltà e buona volontà.

E così ho iniziato la mia vita qui e ho conosciuto tanti Italiani in gamba, gente valida, che come me ha deciso di tentare la fortuna altrove perché l’Italia non aveva più nulla da offrire, se non un futuro grigio e incerto.

In principio, incontravo quasi solo questo tipo di persone, quelli che avevano raccolto coraggio e capacità e li avevano fatti fruttare, persone intelligenti, creative e forti. Forti in tutti i sensi, perché stare all’estero, anche se ti offre una qualità della vita migliore, non è facile. Più tempo rimango lontana dalla Madrepatria e più mi rendo conto che l’emigrazione non è per tutti.

Potrei adagiarmi nel politically correct e dire che ognuno ha le stesse possibilità di farcela, ma non lo farò perché non è vero. Il buonismo che regna ultimamente ha fatto solo danni e io non ho intenzione di prendere parte alla farsa. Sarò dura e brutale, perché così è la verità, soprattutto di questi tempi.

Seguo su Facebook un paio di gruppi di Italiani che vivono a Edimburgo e nel resto della Scozia, gruppi nati con lo scopo di mettere in contatto i compatrioti che vivono in queste zone, ma che ultimamente sono diventati delle sorte di uffici di collocamento per aspiranti emigranti.

La pertinenza e la qualità delle domande che vi vengono poste è scaduta di giorno in giorno in quest’ultimo anno, il che mi porta a una sola conclusione: il problema non sta nelle domande in sé, ma in chi le pone. Questi gruppi sono, a tutti gli effetti, uno specchio della società italiana del momento: ci sono gli Italiani di cui andare fieri, con la loro competenza, volontà di ferro, dedizione e ci sono quelli che tentano di vivere sulle spalle di questi ultimi, quelli che io definisco “ignoranti consapevoli”.

Gli “ignoranti consapevoli” sono quelli a cui non è mai importato di migliorarsi, di espandere le proprie conoscenze, di specializzarsi, perché tanto sono sempre stati abituati a contare sugli sforzi altrui. Sono parassiti, il cui unico obiettivo è ottenere il massimo con il minimo sforzo, nutrendosi delle energie del proprio “ospite”.

Da sempre sento parlare di “quelli che lavorano sodo” e di “quelli che vivono sulle spalle di chi lavora sodo”, questa è l’Italia. O almeno lo è stata per lungo tempo. Ma da qualche anno assistiamo a una vera e propria diaspora di “quelli che lavorano sodo”. E i parassiti che fanno? Hanno tre alternative: iniziare a darsi da fare (la quale è di solito un’opzione non contemplata), lasciarsi morire oppure seguire l’ospite e recuperare così l’antico stile di vita.

E’ quindi così che, dopo il primo esodo di gente solida, parte la seconda ondata: quella di chi spera di far fortuna senza muovere un dito, di arrampicarsi sulla fatica altrui per cogliere i frutti che spetterebbero a qualcun altro.

Spesso mi accusano di essere troppo dura, di non avere compassione per chi si trova in difficoltà, di avere il cuore di pietra. Io ho compassione, semplicemente non è compassione indiscriminata. Non provo pietà per chi si trova in difficoltà a causa della propria pigrizia mentale, di coloro che non spendono nemmeno un’ora a fare qualche ricerca, a leggere, a informarsi. Con la quantità di dati che Internet mette alla nostra portata, non ci sono scuse, non ci sono e basta.

Io e tanti altri come me, abbiamo passato ore e ore al computer a racimolare ogni informazione utile, a tradurre per capire i termini tecnici, a correre da un ufficio all’altro per fare le cose per bene. Abbiamo anche chiesto aiuto a chi aveva più esperienza, certo, ma erano i dubbi di chi ha spulciato ovunque prima di ritenersi perso.

Quando leggo domande come “C’è lavoro in Scozia? Qualcuno può aiutarmi?” mi arrabbio. No, non c’è nessuno che possa aiutarti, perché la tua è una domanda a cui non si può rispondere. Lavoro ce n’è, ma non so se ci sia per te, non so in cosa tu sia qualificato, non so se parli bene l’inglese, non so se tu abbia costanza e voglia di dare il massimo. La Scozia offre tanto, purché uno abbia un obiettivo e sia preparato per raggiungerlo. Non ne posso davvero più di spiegare che se uno non ha un buon livello di inglese non potrà nemmeno trovare lavoro come cameriere. Bisogna essere in grado di comunicare con i clienti, di capire le loro richieste e mi lascia decisamente sconcertata che una cosa così logica non sia chiara a tutti.

Vuoi venire qui? Fai un corso di inglese prima. Assicurati di essere pronto ad affrontare l’avventura. Leggi quello che i siti del Governo mettono a disposizione per coloro che desiderano trasferirsi, informati su cosa ti serve per poter lavorare, sui mezzi pubblici, sulle zone in cui cercare casa. Niente di tutto ciò è un segreto custodito gelosamente da chi abita qui, sono tutte informazioni pubbliche e accessibili a chiunque.

Per cui no, non provo compassione per chi, dopo una visita al Job Centre, il cui unico scopo è fornirti il National Insurance Number e darti le dritte per trovare lavoro, si lamenta di non essere stato contattato per nessuna occupazione. Certo, è difficile che ti contattino se non hai spedito un singolo curriculum! Non provo compassione per chi chiede se può trovare lavoro senza conoscere una parola di inglese. No, non puoi. Mettiti il cuore in pace. Non provo compassione per chi non fa il minimo sforzo per migliorare la propria condizione e spera, come in Italia, di imbattersi nell’ingenuo che farà le cose al posto suo.

Ci sono due Italie, o meglio due categorie di Italiani. Una può sopravvivere, l’altra no. In fondo l’ho detto: l’emigrazione non è per tutti e questi sono tempi duri.

Lauryn

webdesigner e grafica dal 2003, madre di una piccola nata nel 2012, felicemente sposata con un metal-informatico, sempre alla ricerca di belle cose. Profondamente delusa dall’Italia, cerco di crearmi un cantuccio felice, ma sogniamo Edimburgo come seconda casa ^_^

25 pensieri riguardo “Moderni emigranti visti da un’emigrata

  • 19 novembre 2013 in 00:56
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    Troppo vero. Continuo a dire lo stesso a chi cerca a Dublino nello stesso modo! La prossima Volta che vengo a Edinburgh ti vengo a cercare x offrirti un caffe! 😉

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  • 19 novembre 2013 in 11:51
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    Condivido quanto espresso nelle tue parole. Io mi sono fatto un cosi’ per una vita, raccogliendo esperienza e usando l’iglese giornalmente, per poi un bel giorno lasciare il bel paese. Seguendo su blog e websites le vicissitudini di chi cerca di “scappare” dall’unico paese europeo ancora fermo al medio evo, traspare una realta’ fatta di persone che cercano la vita facile altrove. Sperando di lasciarsi indietro la miseria italiana, per portarla altrove. Senza preparazione alcuna, senza rispetto per una diversa civilta’. Esportare le mentalita’ italiana.. quella e’ la vera miseria del paese. Io ho vissuto una storia simile alla tua, solo che credo di essere piu’ vecchio. Ho lasciato il paese a 40 anni suonati, son due anni che vivo nel sud del regno. Mi piace davvero essermi scrollato di dosso la mentalita’ del “piccolo italiano”. Cheers.

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    • 19 novembre 2013 in 11:53
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      Mi hanno censurato la autocensura: avevo scritto “mi son fatto un _parole_fra_parentesi_per_non_dire_culo_”. son stato censurato.. eeehh, non c’e’ piu’ la mezza stagione..

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  • 19 novembre 2013 in 15:56
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    Inannzitutto non mi chiamo “tesoro”. E io non mi sento affatto un’eroina per essermene andata ed essermi conquistata un posto in un altro Paese. Proprio perche’ non e’ un’impresa impossibile, trovo inaccettabili le lagne di chi dice che e’ troppo difficile e si aspetta aiuti dagli altri a destra e a manca. Non sono d’accordo quando dici che emigrare e’ una scelta facile, non lo e’, non e’ facile lasciare famiglia e amici, ma come ho gia’ detto non e’ impossibile. Quello che ho scritto non e’ per glorificare me, ma perche’ chi si appresta a fare questa scelta si renda conto che, come in tutte le cose, si puo’ riuscire se ci si mette d’impegno. Se non si ha la voglia di fare o la costanza e’ inutile anche solo chiedere. Questa inoltre e’ una risposta a tutti quelli che fanno domande troppo generiche, che, per quanto dura, puo’ essere sicuramente piu’ utile del silenzio. Per concludere, tu non mi conosci e se permetti, io il culo me lo faccio ogni giorno, tesoro (visto che non ti firmi).

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  • Pingback: Come (NON) informarsi prima di trasferirsi in un paese all'estero | My place in the world

  • 22 novembre 2013 in 16:55
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    Davvero, mi sembra una stronzata questo post. Un’amico Rumeno, trasferito a Torino, mi disse una volta che l’unico supporto che aveva trovato arrivato in Italia era grazie a degli Italiani che aveva conosciuto e che i connazionali non l’avevano sostenuto in nessun modo. Lo trovai veramente deprimente. Una delle poche cose che apprezzo dell’Italia da Italiano (Oltre al cibo e alle bellezze artistiche :D) è il calore che c’è nei rapporti tra connazionali e spesso tra Italiani e stranieri. Ciò che apprezzo è la capacità di aiutarsi a vicenda soprattutto quando ci si trova lontani da casa. Dare un consiglio non costa nulla. Collaborare è un vantaggio per tutte le parti. Gli emigrati del genere “io mi sono fatto/a da solo/a” mi stanno sulle palle. Quelli del tipo “sono Italiano ma me ne vergogno” o “ci sono troppi Italiani a Londra/Berlino/Bruxelles”, li schifo proprio. Ringrazio le persone che mi hanno accolto qui dove sto ora e mi hanno dato un tetto e un posto dove dormire mentre cervavo casa, mi hanno dato buoni consigli e supporto, senza di loro non so come avrei fatto. E farei la stessa cosa per chiunque avesse bisogno, connazionale o meno. L’unico parassita è chi scrive questo genere di post e probabilmente è pure un ingrato, convinto, nelle menzogne che albergano nel profondo del suo piccolo stupido cuore, di essere migliore degli altri e di non aver mai avuto bisogno di nessuno.

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    • 23 novembre 2013 in 10:53
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      Caro Marco, secondo me tu non hai capito l’articolo. Ho un sacco di amici italiani qui,molti sono arrivati da poco. Ci aiutiamo e ci sosteniamo e un consiglio a chi ha davvero bisogno non si nega mai. Il succo del discorso è: vuoi venire all’estero? Attivati,fai in prima persona,leggi. Perchè quello che contraddistingue chi ce la fa, da chi non ce la fa è la voglia di fare e di impegnarsi, e questo vale in tutte le cose. Chi fa domande così generiche non si è nemmeno preso la briga di digitare due parole su google. Quelle non sono persone che hanno bisogno d’aiuto. Sono persone che hanno bisogno di iniziare a rimboccarsi le maniche. Io e il mio “piccolo stupido cuore” ci sentiamo a posto con la coscienza perchè sappiamo di non aver detto nulla di male. E tantissimi Italiani che

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  • 24 novembre 2013 in 08:29
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    Ti chiedo scusa Marta, ho rimosso i commenti di chi non si firma, come dovrebbe essere per una buona moderatrice. Mi spiace ti abbiano fatta ulteriormente incavolare.

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    • 24 novembre 2013 in 11:15
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      Nessun problema, Laura! Io comunque rispondo a tutti,certo è che è davvero facile esprimere giudizi quando ci si nasconde dietro un nickname. 🙂

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      • 24 novembre 2013 in 11:35
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        certamente. e non sono quelle le persone che vogliamo qui nel blog. non c’è nulla di male a dire la propria, purché non ci si nasconda. insomma, il web già “nasconde”, se poi ci rendiamo pure irriconoscibili, si chiama trollaggio 😀 buona giornata!

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  • 1 aprile 2014 in 02:30
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    Se svolgi una professione cosiddetta 2.0, che tipo di competenze linguistiche ti chiederanno mai? Intendo dire che fare la webdesigner non richiede lo sviluppo di un linguaggio settoriale che magari richiede, che ne so, lo shipping. Suvvia. Uno che fa il cameriere, per dirne una, deve saperne molto più di inglese e trova molte più difficoltà perché è costretto ad imparare i nomi di tanti cibi o bevande, la cui conoscenza non è fondamentale, ad esempio, per superare una certificazione ielts. La verità è che andare all’estero con un certo tipo di professione è infinitamente più facile. Perciò eviterei di fare quella arrivata soprattutto ammettendo che il problema principale prima di partire era domandarsi se ti saresti fatta degli amici.

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    • 1 aprile 2014 in 08:21
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      ciao,grazie per il tuo commento.
      l’articolo è firmato da Marta, che non svolge una professione 2.0, lascio comunque a lei la risposta.

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    • 7 aprile 2014 in 15:39
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      Io non svolgo una “professione 2.0” come dici tu, ma lavoro nel settore turistico, quindi capirai che la lingua e’ un punto centrale. Chiunque svolga qualsiasi tipo di lavoro qui deve avere un inglese quanto meno buono. Farmi degli amici non era assolutamente il problema principale, non era nemmeno la prima cosa menzionata. Lauryn l’ha evidenziato perche’ si interessa molto delle tematiche sociali e di integrazione. Andare all’estero non e’ facile per nessuno, certo e’ che alcuni si danno da fare, altri si aspettano la manna dal cielo e piagnucolano. Ultimo appunto, i nomi di cibi e bevande li devono imparare tutti, non solo i camerieri, che discorso e’? La vita non si ferma sulla soglia dell’ufficio.

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